Spondiloartrite anchilosante: diagnosi e trattamento

C’è un tipo di mal di schiena che non si comporta “da mal di schiena”. Non nasce dopo uno sforzo, non migliora davvero con il riposo e, anzi, di notte sembra divertirsi a svegliarti proprio quando finalmente ti eri sistemato nella posizione “giusta”. Quando succede, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi se non sia qualcosa di più preciso, e affrontabile, della solita lombalgia.

Quando sospettarla (e perché non è solo postura)

La spondiloartrite anchilosante è una malattia infiammatoria che colpisce soprattutto colonna e articolazioni sacroiliache. Il campanello d’allarme più tipico è il dolore infiammatorio: meno “meccanico”, più capriccioso, ma con una logica.

I sintomi che più spesso orientano il sospetto sono:

  • dolore lombosacrale che può irradiarsi al gluteo
  • dorsalgia con rigidità mattutina che dura e ti fa “partire lento”
  • peggioramento con il riposo e miglioramento con il movimento
  • disturbi del sonno, con necessità di cambiare posizione
  • persistenza oltre 3 mesi

Molte persone, comprensibilmente, finiscono prima da ortopedici o fisiatri. Il problema non è “sbagliare porta”, è perdere tempo prezioso quando l’infiammazione è ancora gestibile in modo efficace.

Come si arriva alla diagnosi (ASAS, visita e indizi che contano)

La diagnosi non si basa su un singolo test “magico”. È un puzzle fatto di clinica, esami e immagini. Spesso si usano i criteri ASAS, pensati proprio per riconoscere la malattia anche in fase precoce, quando le radiografie possono essere ancora normali.

Durante la visita, il reumatologo di solito:

  1. ricostruisce la storia del dolore (quando, come, cosa lo migliora)
  2. valuta la mobilità della colonna con manovre specifiche
  3. cerca segni indiretti di infiammazione, anche in sedi “fuori schiena” (per esempio occhi o articolazioni periferiche)

Esami di laboratorio: utili, ma non da soli

Gli esami ematici aiutano a capire se c’è attività infiammatoria e a escludere altre condizioni. In genere si valutano:

  • VES e PCR (possono essere alte, ma a volte sono normali)
  • emocromo e altri parametri di base
  • HLA-B27, spesso positivo, ma non sufficiente da solo per fare diagnosi
  • assenza del fattore reumatoide (si parla infatti di forma sieronegativa)

Il messaggio pratico è semplice: un HLA-B27 positivo senza sintomi tipici non basta, e un HLA-B27 negativo non “cancella” il sospetto se la storia clinica è convincente.

Imaging: la svolta spesso arriva dalla RM

Le immagini sono fondamentali per vedere cosa succede davvero nelle articolazioni sacroiliache e nella colonna. Le radiografie possono mostrare danni più tardivi, mentre la RM (soprattutto pelvica) è preziosa per individuare segni di infiammazione precoce, come la sacroileite.

In altre parole, se i sintomi “gridano” infiammazione ma la radiografia tace, la risonanza può dare finalmente un nome al problema.

Trattamento: un piano a più livelli, non una sola pillola

Non esiste una cura definitiva, ma esiste un percorso terapeutico molto concreto che riduce dolore, rigidità e rischio di danno nel tempo. Il reumatologo lo modula in base alla risposta e alle eventuali manifestazioni extra articolari (per esempio uveite).

Farmaci più usati

  • FANS (come ibuprofene, naprossene, diclofenac, etoricoxib), spesso prima scelta per controllare dolore e infiammazione
  • farmaci biologici, come inibitori TNF (adalimumab, infliximab) o inibitori IL-17, indicati quando i FANS non bastano o in forme più attive
  • DMARD (per esempio sulfasalazina), utili soprattutto se c’è artrite periferica, meno sulla colonna
  • terapie mirate per sintomi specifici, come corticosteroidi topici in caso di uveite (sempre su indicazione specialistica)

In situazioni selezionate e gravi, può essere considerata anche la chirurgia ortopedica, ma è l’eccezione, non la regola.

La parte che fa la differenza: movimento quotidiano

Qui arriva la cosa che sorprende molti, il riposo prolungato spesso peggiora, il movimento “giusto” spesso migliora. Esercizio e fisioterapia non sono un contorno, sono parte del trattamento.

Strategie pratiche che di solito funzionano meglio:

  • esercizi regolari di mobilità e allungamento
  • lavoro sulla postura e sull’espansione toracica
  • programmi individuali o di gruppo, più facili da mantenere nel tempo
  • continuità, pochi minuti ogni giorno battono l’allenamento eroico una volta a settimana

Controlli e obiettivo finale

L’obiettivo non è “stringere i denti”, è tornare a dormire meglio, muoversi con meno paura e mantenere una colonna più elastica possibile nel tempo. Con controlli periodici dal reumatologo e un piano coerente, la diagnosi smette di essere una condanna e diventa, finalmente, una spiegazione utile, e un punto di ripartenza.

Redazione Rovereto Notizie

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